mercoledì 23 settembre 2009
IL LAVORO E LA MOZIONE MARINO
Garanzia e promozione del lavoro
L’aver posto l’iniziativa imprenditoriale al rimorchio della politica, al di fuori di garanzie ed opportunità effettive di libertà di azione e di concorrenza sotto altri profili, ha portato in generale le imprese, in Lombardia più ancora che in altre Regioni del Nord Italia, a guardare ai costi ed ai vincoli per esse derivanti dal riconoscimento dei diritti dei lavoratori come al principale se non l’unico elemento su cui far leva per assicurarsi competitività sul piano nazionale ed internazionale; sino ad indurre singole imprese, o persino organizzazioni imprenditoriali, a scorgere nell’abbattimento dei diritti dei lavoratori una sorta di corollario, se non di compenso, della propria rinuncia a combattere l’invadenza del potere politico. Le trasformazioni del lavoro verso forme diverse e più flessibili, rispetto agli schemi pur persistenti del lavoro subordinato, hanno finito anche per questo, sullo sfondo della frantumazione della disciplina dei rapporti individuali di lavoro sottesa alla legislazione del centro-destra, per alimentare il “precariato” ed il lavoro senza garanzie, in specie a discapito di fasce di lavoratori già a rischio, come le donne, i giovani ed i lavoratori in età più avanzata.
Il superamento di questa situazione può e deve muovere dal principio che, nel ristabilire la libertà dell’attività economica e della concorrenza sotto ogni profilo, con l’indispensabile ausilio pubblico all’innovazione organizzativa e tecnica, sia non solo normale bensì doveroso il rimettere la dinamica delle relazioni tra imprese e lavoro, in un quadro di certezze dei diritti individuali del lavoratore che lo metta al riparo da forme di ricatto o di oppressione autoritaria, alle pattuizioni tra le parti sociali, liberamente raggiunte attraverso l’esercizio dell’autotutela collettiva, di stampo sindacale, senza ingerenze indebite dei poteri pubblici e della politica.
Il partito democratico non deve restare invischiato nel dubbio amletico, che fu dei partiti della sinistra italiana, tra il porre mano alla programmazione per colmare previamente gli storici difetti di arretratezza dell’imprenditoria e del tessuto economico italiano, o il dare la precedenza, sempre per via di legge o di pubblica amministrazione, ai diritti dei lavoratori. Giacché un sessantennio di vita dell’Italia repubblicana ci ha messo in guardia sulle illusioni di una programmazione di autorità dell’economia, per un verso, e, per un altro verso, ci ha insegnato come, anche a difesa dei lavoratori, il ruolo della legge, delle rappresentanze politiche e dunque dei partiti non possa che essere un ruolo circoscritto.
In un paese come il nostro, in cui le relazioni industriali, le contrattazioni sindacali e le azioni collettive sono rimaste saldamente ed opportunamente ancorate al libero esercizio dell’autonomia privata, a scanso di ogni riedizione dello statalismo corporativo, a prendere in carico la tutela dei lavoratori, ed a metterla a raffronto con quella dell’impresa secondo un criterio di riconoscimento reciproco di libertà, non sono tanto o solo i partiti politici, quanto precipuamente i sindacati dei lavoratori, i quali hanno ormai conquistato, riprendendo l’intuizione che fu di G. Di Vittorio e B. Trentin, la missione di interpreti di un interesse economico generale, ponendosi pertanto essi stessi come forze propriamente politiche.
Sotto questa angolazione, una preoccupazione prioritaria del partito democratico, anche in Lombardia, deve essere quella di garantire ed incrementare le condizioni per l’effettività della rappresentanza sindacale nonché della libertà delle azioni e delle contrattazioni collettive per tutti i lavoratori, tesa a responsabilizzare le imprese e le organizzazioni imprenditoriali verso i lavoratori medesimi, anche “nuovi” o operanti in maniera differente dal passato; auspicando un’azione dei sindacati dei lavoratori unitaria, fin dove può esserlo, ma senza che i pubblici poteri debbano o possano introdurre rispetto ai diritti sindacali forzature autoritarie o illiberali, a somiglianza di quelle intraprese e tentate dal centro-destra.
La proposta, avanzata dalla mozione Marino sul piano della legislazione nazionale, di un “contratto unico” di lavoro individuale, corredato di garanzie modulate nel tempo quanto alla stabilità del rapporto ma comunque di garanzie basilari comuni per tutti i lavoratori, che anche lavorino secondo criteri differenti e più flessibili da quelli del passato, è la premessa per ovviare alla frantumazione del lavoro risalente alla legislazione del centro-destra e restituire a tutti i lavoratori, anche coinvolti dai “nuovi lavori” ed anche se oggi maggiormente a rischio, la reale libertà di azione sindacale, di contrattazione e di autotutela collettiva, con gli ovvi limiti derivanti dalla Costituzione essenzialmente a garanzia di consumatori ed utenti.
Certo, non spetta ai poteri politici regionali e locali un pronunciamento su tale disciplina dei rapporti individuali di lavoro, come non spetta ad essi il pronunciamento sui livelli, i modi ed i contenuti dell’azione collettiva e della contrattazione sindacale tra imprenditori e lavoratori, che realizzerebbe una inaccettabile inframmettenza nella libertà di autodeterminarsi delle parti sociali.
La Regione Lombardia e le amministrazioni locali hanno tuttavia, in virtù dei poteri loro conferiti dalla riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centro-sinistra, un ampio ruolo da giocare, sul terreno di un robusto sostegno al lavoro ed al mercato del lavoro. I servizi per la ricerca dell’occupazione ed il compimento del sistema degli ammortizzatori sociali, ad integrazione del sistema nazionale ed anche in rapporto alle crisi o alle riconversioni delle attività imprenditoriali, nonché il soddisfacimento dei bisogni formativi anche legati all’innovazione, sono un terreno specifico e privilegiato dell’azione legislativa ed amministrativa regionale e locale di cui il centro-destra ha fatto tabula rasa.
Il centro-destra ha messo da parte o ridotto a mero rituale, da un lato, la pratica della “concertazione” con le parti sociali delle politiche regionali e locali, di cui significativamente non si trova traccia neanche nello Statuto della Regione Lombardia di recente approvato. Mentre, d’altro lato, ha conservato ed accentuato l’impostazione dell’organizzazione della formazione professionale come surrogato, da riservarsi a studenti provenienti da strati sociali meno abbienti ed acculturati, dell’istruzione media superiore impartita nel sistema nazionale; e, anche quanto al raccordo con l’università e con altre istituzioni di ricerca ed alta formazione, il centro-destra si è limitato ad intervenire con forme episodiche di collaborazione e finanziamento, còlte come occasioni affinché la politica potesse arrogarsi, mettendo al frutto l’impoverimento delle risorse destinate alla ricerca specie di base, il potere di orientare nel merito le scelte dei ricercatori, forzandone la libertà e l’autonomia tecnico-scientifica.
E’ chiaro invece che, per essere funzionale alla promozione del lavoro, nonché ad un assetto efficiente della ricerca occupazionale, sensibile alle esigenze variegate di una formazione professionale permanente e continua, la politica regionale e locale deve porsi in sintonia con le azioni e gli obiettivi individuati dalla contrattazione collettiva tra le parti sociali, con una programmazione che metta al centro, senza per questo togliere nulla alla responsabilità dei partiti e delle rappresentanze elettive, la “concertazione” con i sindacati dei lavoratori e le organizzazioni imprenditoriali. Così come è chiaro che l’apertura di una tale programmazione “concertata” con le istanze effettivamente rappresentative di lavoratori ed imprenditori è anche la via per orientare intorno a temi di comprovata utilità sociale l’esercizio, libero ed autonomo negli aspetti tecnico-scientifici, della ricerca delle università e degli istituti di alta formazione.
Chi ha segnalato che azioni come la combattiva e responsabile resistenza dei lavoratori dell’ Innse a difesa del proprio lavoro, o altre situazioni similari che vanno affacciandosi, non rappresentano una soluzione alle crisi di impresa passibile di generalizzazione non è in torto. Ma il punto è che vicende di questo tipo sottolineano, una volta di più, l’urgenza di riparare all’assenza, voluta dal centro-destra, di strumenti e procedure atti a contenere e dare uno sbocco non episodico e “concertato”, certo e duraturo, alla combattività dei lavoratori ed all’iniziativa responsabile degli imprenditori nelle crisi aziendali.
Un sistema programmato di intervento per le crisi aziendali ed occupazionali, da gestire di concerto con organizzazioni imprenditoriali e sindacati dei lavoratori ed il quale assicuri un sostegno al reddito condizionato alla ricerca e riqualificazione del lavoro attraverso l’istruzione e la formazione permanenti e continue, è la misura prima e più urgente che Regione ed amministrazioni locali debbono mettere in campo in Lombardia; non, si badi, un “salario garantito” per chi non lavora, ma un sostegno doveroso a chi è accertato intenda lavorare, di più e con maggiore utilità per sé e per l’impresa.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento